Cesare Giuzzi, cronista de Il Corriere della Sera: “La cronaca nera è un’indagine sull’animo umano”



Chiunque legga Il Corriere della Sera conosce certamente la firma di Cesare Giuzzi: redattore della cronaca milanese del giornale, dal 2015 è anche Presidente dei Cronisti Lombardi. Ebbene, Cesare è stato mio compagno di liceo e ho voluto intervistarlo per capire quale sia il ruolo del giornalista nel raccontare fatti anche molto cruenti e il peso che hanno le parole nell’esporli. Ecco a voi. 

Cesare, qual è il tuo percorso? Perché hai scelto proprio la cronaca nera?

Mi sono avvicinato al giornalismo per caso. Ho sempre convissuto con questo mestiere, con i suoi orari, con i sacrifici che richiede. Mio padre era giornalista, è stato redattore, poi capocronista e infine vicedirettore del Giorno di Milano. Quindi, conoscendo lo stress che genera lavorare nei quotidiani e nella cronaca in generale, ho sempre pensato che me ne sarei voluto tenere alla larga. Non è stato così. Ma come dicevo, il giornalismo è arrivato per caso. Studiavo, con poca voglia, Beni culturali all’Università di Pavia, e nel frattempo ho fatto diversi lavori. Dal barista al venditore di case, fino al magazziniere. Poi ho frequentato un piccolo corso di giornalismo a Milano, un po’ per sfida anche con mio padre. Quel corso mi ha permesso di effettuare uno stage – era il 2003 – al quotidiano Avvenire di Milano. Tre mesi nella redazione cronaca di Milano. E mi sono innamorato di questo mestiere. All’Avvenire ho incontrato colleghi come Andrea Galli (che poi ho ritrovato al Corriere) e Davide Parozzi (allora mio vice capo) che mi hanno trasmesso la passione per la nera. La cronaca nera a Milano per me è sempre stato qualcosa di affascinante, nel senso che fin da bambino mi “perdevo” a osservare le fotografie dei delitti di Milano, dei banditi e dei poliziotti che allora avevano ancora il cappello e il cappotto scuro, con un’atmosfera noir che mi aveva conquistato. Oggi ho 38 anni, lavoro al Corriere della Sera nella redazione Cronaca di Milano. E di fatto seguo la cronaca nera ormai da una quindicina d’anni.



Come si approccia il cronista a avvenimenti particolarmente cruenti – penso per esempio all’omicidio di Motta Visconti – in cui per esempio sono coinvolti dei minori? Dopo tutto il brutto che hai visto e raccontato, riesci ad avere la giusta distanza dai fatti che racconti? Come riesci a non farti coinvolgere soprattutto quando le persone coinvolte sono dei bambini? 

Essenzialmente in un modo: tenendo la giusta distanza dai fatti. Da un lato cercando la verità e una ricostruzione “quanto più possibile veritiera” di quel che è accaduto, dall’altro tentando di non lasciarsi sconvolgere da quel che si sta vedendo. Ma soprattutto dal dolore che portano con sé certe vicende. Non è facile restare distaccati quando sia hanno davanti i genitori di un ragazzo morto in un incidente e accorsi in lacrime davanti alla macchina accartocciata e insanguinata. E ancora più difficile è entrare nelle loro case in cerca di una fotografia della vittima o di un ricordo. Questo è un aspetto che spesso viene criticato nei giornalisti di nera. Ma fa parte del nostro lavoro: rispettare una vittima significa anche ricordarla e raccontarla nel modo più corretto possibile. Siamo persone, abbiamo avuto affetti, sentimenti, passioni, gioie e dolori, abbiamo avuto una vita. Questo vale per il “ricco e famoso”, ma anche per l’ultimo clochard morto di freddo. Dobbiamo provarci sempre, per dare dignità a ogni vittima. A volte ci riusciamo, altre no. Perché non è semplice condensare la vita di una persona in un articolo di poche righe. Ma dobbiamo farlo sempre con grande rispetto per chi è morto e per la sua famiglia.

Quando sono coinvolti minori, come nel caso di Motta Visconti (2014) dove vennero uccisi due bambini di 5 anni e di 20 mesi, il tutto è ancora più difficile. Perché sono vicende che non lasciano indifferenti neppure gli investigatori, figuriamoci i giornalisti. I cronisti sono sempre cinici e dal cuore duro, perché come tutti coloro che lavorano a stretto contatto con la morte e le tragedie, una certa “indifferenza” al male altrui è necessaria. Ma in realtà non è così: ogni vicenda ci segna in qualche modo, anche se siamo ben attenti a non farlo vedere. Personalmente credo che l’adrenalina del lavoro serva, in qualche modo, a difenderci dal male. Il resto lo fa un cinismo esasperato. Anche troppo. Del resto però è uno strumento di difesa. In ogni caso arriva sempre un momento, anche se siamo bravi ad allontanarlo subito, nel quale queste tragedie ci attraversano il cuore. Non tutti sopportano questo stress “cardiaco”, a volte c’è chi scappa e sceglie settori meno “coinvolgenti” dal punto di vista emotivo. Personalmente, anche per esperienza personale, penso che le donne abbiano generalmente qualità migliori nel fare cronaca nera. Hanno una naturale capacità ad entrare in empatia con certe vicende, hanno un approccio più umano e meno cinico rispetto agli uomini. La cronaca nera, per come la intendo io, non è un film di Dario Argento. Ma un racconto di George Simenon. Non un film dell’orrore, ma un’indagine sull’animo umano.

Come costruisci un articolo? Da cosa cominci? Dal luogo, dalle dichiarazioni dei vicini, da ciò che dice la polizia?

In realtà in modo molto naturale. Si va sul posto, si parla con gli inquirenti, si cercano testimoni, vicini di casa, parenti delle vittime. Si cerca, in poche ore, di ricostruire cosa sia accaduto, chi sono i protagonisti della vicenda, e quali possono essere gli sviluppi del caso. Sia da un punto di vista giudiziario sia da quello giornalistico. E’ un lavoro molto artigianale, nel senso che serve un po’ di tutto: esperienza, le famose suole delle scarpe, un po’ di tenacia e grande collaborazione con i colleghi. Fare il cronista può sembrare un lavoro individuale, invece è un’opera collettiva. Un collega, un amico, un semplice conoscente può aiutarti ad arrivare all’informazione giusta nel momento giusto. Non bisogna dare niente per scontato. E la telefonata giusta può essere l’ultima di una giornata. Quindi mai mollare.
Ovviamente tutte le informazioni vanno verificate, ahimè anche quelle che vengono fornite da investigatori e magistrati. E su questo tema non sempre è facile destreggiarsi tra versioni “embedded” (magari perché gli inquirenti non vogliono svelare un particolare di un’indagine) e confidenze. Perché una informazione veritiera ma non verificata non può essere pubblicata. Fondamentale in ogni caso è andare sul posto. Resta la forza del lavoro di un cronista. Si capisce subito quando un giornalista ha scritto un articolo da dietro la scrivania: la descrizione, i particolari, i dettagli sono il valore aggiunto del nostro lavoro.

Personalmente ho un modo di scrivere molto spontaneo e immediato. In passato ho lavorato anche per una agenzia di stampa, quindi sono stato abituato a scrivere in pochi minuti anche un lungo articolo “a braccio”, ossia senza neppure una bozza, ma magari dettandolo al telefono. E a volte succede ancora, specie quando mi capita di andare su qualche fatto a tarda serata, quando non c’è il tempo materiale di rientrare in redazione a scrivere.

Per quanto riguarda l’attacco, ossia l’inizio del pezzo, che poi è la parte fondamentale perché deve catturare l’attenzione del lettore, ho un approccio molto personale. Un tempo si diceva: la notizia nelle prime cinque righe. Oggi non è così, spesso chi legge un giornale ha già “assaggiato” la notizia in tv o attraverso il web. Quindi ritengo sia “lecito” contravvenire nel limite del possibile a questa regola e cercare di raccontare una storia, un dettaglio, un particolare, che aiuti, magari in senso quasi metaforico, a descrivere una vicenda, anche molto cruenta. Ovviamente attenendosi sempre alla verità: la cronaca non è fiction, quindi non si inventa niente. Ma a volte basta un piccolo elemento a fornire un’atmosfera, un sentimento.

Pensiamo al caso di un ragazzino ucciso da un’auto pirata. Ci sono molti modi di iniziare l’articolo, e sono tutti corretti. A volte basta la descrizione di una scarpa o di un lembo di vestito lasciato sull’asfalto per rappresentare la tragicità di una scena, senza per forza indugiare su dettagli crudi o truculenti.



Nei casi di infanticidio o di una donna suicida con figli si parla erroneamente di depressione post parto o di depressione. C’è molto di più dietro questa definizione e spesso la comunicazione nei media non aiuta le donne a chiedere aiuto. Da professionista pensi mai al peso che le parole che scrivi hanno nella vita delle persone?

Assolutamente. Ancora scriviamo raptus per indicare un omicidio particolarmente efferato, il classico delitto della “persona normale” che a un certo punto della sua vita impazzisce e uccide. E lo facciamo anche se, in psichiatria, il raptus come lo intendiamo noi comunemente, non esiste. Eppure è una “usanza” difficile da sconfiggere. Anche perché ormai fa parte del modo di dire, della cultura popolare e poi, diciamocelo, è una parola che dà l’idea immediata di qualcosa, identifica un certo tipo di delitto, ne offre in qualche modo una connotazione. E poi è una parola corta: va benissimo per i titoli. Lo stesso vale per gli “omicidi passionali”, un ossimoro. O quelli dettati dalla gelosia. La gelosia non è un’arma, la gelosia non uccide. Eppure noi giornalisti continuiamo a utilizzare termini impropri, in alcuni casi profondamente errati. Certo, quando si entra in ambito psichiatrico non è facile rendere “giornalisticamente” alcune patologie che magari hanno una profonda correlazione con un delitto, se non ne sono strettamente una concausa. E sarebbe impensabile trasformare i giornali e i telegiornali in trattati di medicina. Personalmente non amo neppure il neologismo “femminicidio”, ma questo è gusto personale.

Ci sono giornalisti molto esperti e qualificati che su questi temi hanno fatto molto, anche per cambiare il linguaggio dei media. Penso a Lorenza Pleuteri, ex cronista di Repubblica, e alle sue battaglie proprio su queste storture. A volte certi termini scappano, è vero. Magari per la fretta. Ma bisogna usare le parole con attenzione e noi siamo pagati proprio per questo. Poi il termine “depressione” in senso giornalistico ha un valore molto esteso. Se la madre uccide il figlio, ovviamente, parleremo immediatamente di depressione post parto. Ma anche se compie gesti autolesionistici. Spesso lo facciamo anche in assenza di precedenti clinici, un po’ con troppa faciloneria. Altre volte, come nel caso dei suicidi, lo facciamo perché si tratta di vicende che i giornali non approfondiscono quasi per convenzione. Nel senso che si sostiene che parlare di suicidi, indugiare sulle ragioni che hanno spinto una persona a togliersi la vita, generi un effetto quasi di emulazione. Per questo i casi di suicidio per i media sono considerati un argomento tabù, dei quali è meglio dare conto in modo molto sintetico. E spesso la parola depressione viene utilizzata per includere patologie e stati umani molto diversi. In questo modo rafforzando la cappa di silenzio che riguarda il tema dei disturbi depressivi che per mia personale opinione sono una piaga enorme, spesso sottovalutata, e in parte sconosciuta. E dalle conseguenze enormi sulla nostra società.

C’è una storia che secondo te non sei riuscito a raccontare come dovevi?

Certo. In molti casi. A volte per inesperienza, a volte perché non sono riuscito a trovare il dettaglio giusto che permettesse di raccontare correttamente la storia.

Il caso che più ricordo, quasi come un tormento, è del 2011. Una donna di 58 anni venne uccisa in un parcheggio a Pioltello con una coltellata. Ad ucciderla fu una ragazza di 28 anni, Vittoria Orlandi, l’amante del marito 61enne della vittima. Lui lavorava come medico e lei era una specializzanda in neurologia al San Raffaele. Quel giorno le due donne, la moglie e l’amante, si incontrarono nel parcheggio. La ragazza non sopportava l’idea che il 61enne, dopo un periodo fuori casa, fosse tornato dalla moglie. Non si spiegava perché tra lei, giovane e bella, e la moglie più anziana, lui avesse deciso di tornare in quella casa. La vittima le disse: “Tu hai l’età di mia figlia”. E a quel punto venne colpita. Una frase che in qualche modo spiegava tutto.  Una vicenda molto particolare, non era un semplice delitto legato a una relazione finita, a questioni di gelosia, a rancori. I protagonisti di questa storia erano persone molto istruite, con una vita agiata, con una famiglia solida alle spalle. Io avevo 31 anni, cercai di ricostruire questa vicenda con quanti più dettagli possibile, ma quando fu il momento di scrivere quel pezzo mi sentii inadeguato. La mia vita, le mie esperienze, il mio vissuto non erano in grado di calarsi in quel contesto, in quella vicenda. Quel giorno mi sentii a disagio, non ero riuscito ad entrare in empatia con una vicenda così complessa. Così indecifrabile.



Un consiglio per chi fa il tuo mestiere, anche come Presidente dei Cronisti Lombardi

Farlo per passione. I soldi sono pochi, i sacrifici tanti. I posti di lavoro ormai in via d’estinzione. Anche se il mestiere non sparirà mai. Spesso si dice che ci vuole il sacro fuoco per fare questo lavoro. Io penso che non sia altro che la passione per un mestiere che ti permette, da un punto di vista particolarissimo, di vivere molte vite. Di guardare la vita da punti di vista che non siano necessariamente il proprio, di scoprirne in qualche modo il senso. E spesso anche di divertirsi. Certo, a volte significa rinunciare alle ferie, ai weekend, alle feste con gli amici, a molte cose che per alcuni sono irrinunciabili. Per le donne spesso significa rinunciare a una famiglia, o pagare un prezzo altissimo in termini di sacrifici.

Non è tutto oro. E poi le soddisfazioni sono poche, molto spesso solo personali. Perché come in tutti gli ambienti c’è un po’ di competizione, a volte lo stress e i rapporti umani vengono compromessi da tutto questo. L’importante è ricordarsi che abbiamo un potere enorme, quello di raccontare  vite intere in poche battute. E a volte siamo spietati nel farlo.
L’importante è raccontare la realtà, farlo sempre onestamente. Senza preconcetti. E farlo per il dovere di raccontare. Fidandosi di tutti, ma soprattutto dei propri occhi.

 

Foto credits: Cesare Giuzzi

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